Giuseppe Toniolo e i suoi «compagni di strada» imprevisti
Provare a leggere il presente con un economista dell’Ottocento e una manciata di testimoni del Novecento. E capire che lui vale molto nell’oggi.
di Angelo Palmieri e Marco Zabotti
Partire da una domanda scomoda
Quando si parla di «ruolo del cristiano oggi», capita spesso di sentire due reazioni opposte e ugualmente sterili. Da una parte c’è chi tira fuori un elenco di valori astratti, la dignità, la solidarietà, il bene comune, e li ripete come un mantra, senza che tocchino terra. Dall’altra c’è chi si chiude in un pessimismo apocalittico, come se il mondo fosse irredimibile e l’unica cosa da fare fosse custodire la propria ortodossia in attesa della fine.
Nessuna delle due posizioni convince. E quando cerchiamo una terza via, ci ritroviamo a ripensare a Giuseppe Toniolo, un professore di economia politica nato a Treviso nel 1845, vissuto a Pisa e qui morto nel 1918, sepolto per sua espressa volontà a Pieve di Soligo (Treviso, diocesi di Vittorio Veneto), città natale della moglie Maria Schiratti, beatificato nel 2012 in virtù della guarigione miracolosa per sua intercessione di un giovane imprenditore, Francesco Bortolini, proprio di Pieve di Soligo.
Un cristiano laico in pienezza, sposo e padre, che sin da giovane voleva “farsi santo”, proprio lui, il primo economista nella storia della Chiesa a salire agli onori degli altari. che non ha scritto romanzi, non è morto martire, non ha fondato comunità monastiche.
Ha insegnato, ha scritto saggi, ha organizzato convegni, ha promosso la cooperazione, ha fondato l’Unione Cattolica per gli Studi Sociali, ha presieduto l’Unione popolare dopo lo scioglimento dell’Opera dei Congressi, ha ispirato la nascita dell’Università Cattolica, ha proposto la nascita di un Istituto cattolico di diritto internazionale per la pace, negli anni della Grande Guerra, è stato artefice dell’idea di “democrazia cristiana” nella logica del bene di tutti e di ciascuno, “a prevalente vantaggio delle classi più deboli”. Sembra poco, eppure il suo pensiero è di una attualità straordinaria, effettiva, che quasi imbarazza.
Cosa dice davvero Toniolo
Toniolo parte da una constatazione semplice: l’economia non è una scienza neutra. Quando i liberali del suo tempo dicevano che il mercato si regola da solo, lui rispondeva che dietro ogni transazione commerciale ci sono persone in carne e ossa, con famiglie, bisogni, fragilità. E quando i socialisti proponevano la statalizzazione totale, lui obiettava che lo Stato non può sostituirsi alla libertà delle persone e delle comunità locali.
La sua proposta, che oggi chiameremmo «economia civile» o «economia di comunione», si regge su tre pilastri che vale la pena ricordare senza orpelli:
Il primato dell’etica sull’utile. Non è vero che «il fine giustifica i mezzi» in economia. Se un’impresa produce ricchezza ma distrugge le famiglie dei lavoratori o avvelena il territorio, quella ricchezza è falsa. Toniolo lo diceva nel 1890, quando sembrava un’eresia. Oggi, dopo le crisi finanziarie del 2008 e la crisi climatica, sembra quasi un’ovvietà, eppure continuiamo a non applicarla.
La sussidiarietà e i corpi intermedi. Lo Stato non deve fare tutto, ma neppure deve lasciare tutto al mercato. In mezzo ci sono le famiglie, le cooperative, i sindacati, le associazioni di volontariato, le parrocchie. Toniolo chiamava queste realtà «forze sociali» e le considerava il vero tessuto della democrazia. Senza di esse, l’individuo è solo davanti al potere e al denaro.
La politica come servizio, non come carriera. La frase «la politica è la forma più alta della carità» viene spesso attribuita a Paolo VI o a La Pira, ma il concetto è profondamente tonioliano. La politica, per Toniolo, è il luogo dove si costruiscono le condizioni strutturali perché la carità non sia più necessaria, o almeno, perché non debba essere l’unica risposta all’ingiustizia.
Fin qui, il quadro è chiaro. Ma la domanda che ci poniamo è: questo pensiero basta? E soprattutto, può dialogare con figure molto diverse tra loro, alcune delle quali apparentemente lontanissime dal mondo cattolico dell’Ottocento italiano?
Gli accostamenti che funzionano (e perché)
Partiamo da quelli che sembrano più solidi, quelli in cui il collegamento con Toniolo non è una forzatura ma una risonanza profonda.
Emmanuel Mounier è forse il più ovvio. Il fondatore del personalismo francese, negli anni Trenta del Novecento, riprende quasi alla lettera la critica tonioliana al doppio errore del liberalismo e del collettivismo. Mounier parla di «persona» contro «individuo»: l’individuo è l’atomo isolato del mercato, la persona è un essere in relazione, radicato in una comunità. Toniolo avrebbe sottoscritto ogni riga. La differenza è che Mounier scrive dopo la Grande Guerra, con un tono più drammatico e meno ottimista. Ma la sostanza è la stessa: l’economia deve servire la persona, non il contrario.
Simone Weil è un accostamento meno scontato ma, a nostro avviso, molto fecondo. La Weil, filosofa francese di origini ebraiche, mistica irregolare, operaia volontaria nelle fabbriche Renault, ha scritto pagine definitive sull’oppressione del lavoro industriale. Toniolo non ha mai lavorato in fabbrica, era un professore borghese. Eppure entrambi condividono l’idea che il lavoro non sia una merce e che la condizione operaia sia la cartina di tornasole della civiltà di un popolo. La Weil è più radicale, più disperata, più mistica. Toniolo è più istituzionale, più riformista. Ma se li leggiamo in controluce, si illuminano a vicenda.
Madeleine Delbrêl e l’Abbé Pierre rappresentano la traduzione pratica del pensiero tonioliano. Toniolo diceva che i cattolici dovevano «stare nel mondo» e non ritirarsi nelle sagrestie. La Delbrêl, assistente sociale nella banlieue rossa di Ivry-sur-Seine, atea convertita, ha vissuto esattamente questo: stare in mezzo ai comunisti, ai poveri, agli emarginati, senza proselitismo, ma con una presenza radicale. L’AbbéPierre, con i suoi stracci e la sua barba, ha fatto lo stesso con i senzatetto di Parigi. Toniolo avrebbe riconosciuto in loro la sua idea di «democrazia cristiana» nel senso più puro: non un partito, ma un modo di abitare la città.
Paulo Freire è un accostamento che potrebbe sorprendere. Il pedagogista brasiliano, marxista dichiarato, autore della Pedagogia degli oppressi, sembra l’antitesi del cattolico conservatore Toniolo. Eppure, se guardiamo al tema dell’educazione, le convergenze ci sono. Toniolo ha fondato l’Università Cattolica perché credeva che l’istruzione fosse lo strumento principale di emancipazione delle classi popolari. Freire dice la stessa cosa, con un linguaggio diverso: l’educazione non deve essere «bancaria» (il maestro deposita nozioni nella testa vuota dello studente) ma «liberatrice» (il maestro e lo studente imparano insieme, a partire dalla realtà concreta). La distanza ideologica è reale, ma l’intuizione di fondo, l’educazione come atto politico e non come addestramento, è comune.
Yves Congar e Karl Rahner sono i teologi del Concilio Vaticano II che hanno realizzato, sul piano ecclesiologico, quello che Toniolo aveva intuito sul piano sociale. Toniolo voleva una Chiesa che non avesse paura della modernità, che dialogasse con la scienza, con l’economia, con la politica. Congar, con la sua ecclesiologia del «Popolo di Dio», e Rahner, con la sua idea del «cristiano anonimo» – cioè la possibilità che anche chi non si dice cristiano possa vivere la grazia di Dio – hanno aperto le porte che Toniolo aveva cominciato a socchiudere. Il collegamento non è diretto, Toniolo non era un teologo, ma la direzione di marcia è la stessa.
Gli accostamenti più laterali
Qui il terreno si fa più scivoloso. Alcuni degli autori citati sono figure straordinarie, ma il loro legame con Toniolo è più «poetico» che storico-dottrinale. Non è un difetto: a volte le risonanze più interessanti nascono proprio dalle distanze. Ma sarebbe disonesto fingere che Toniolo e Bonhoeffer abbiano scritto le stesse cose.
Dietrich Bonhoeffer è il teologo luterano impiccato dai nazisti nel 1945. La sua riflessione sul «cristianesimo a buon mercato» e sul «costo della grazia» è tra le più potenti del Novecento. Toniolo, da buon cattolico dell’Ottocento, non avrebbe probabilmente usato quel linguaggio. Eppure, entrambi condividono l’idea che la fede senza impegno concreto è vuota. Bonhoeffer lo ha pagato con la vita; Toniolo lo ha vissuto nella quotidianità dell’insegnamento e dell’organizzazione sociale. Due modi diversi di dire la stessa cosa: il cristiano non può essere spettatore.
Thomas Merton, il monaco trappista americano, sembra l’opposto di Toniolo: uno si è ritirato in un monastero del Kentucky, l’altro ha passato la vita nelle aule universitarie e nei convegni. Ma Merton, soprattutto negli ultimi anni, ha scritto pagine lucidissime sulla guerra, sul razzismo, sulla società dei consumi. La sua idea che la contemplazione non sia fuga dal mondo ma modo più profondo di abitarlo è, in fondo, la stessa intuizione di Toniolo: l’azione sociale senza vita interiore diventa attivismo sterile.
Etty Hillesum è forse l’accostamento più difficile e più bello. La giovane diarista olandese, morta ad Auschwitz a ventinove anni, non si è occupata di economia né di politica. Eppure, le sue pagine sulla necessità di «custodire un pezzetto di cielo» dentro di sé anche nell’inferno del campo di transito di Westerbork sono un richiamo potente a quella che Toniolo chiamava la «dimensione morale» dell’economia. Hillesum ci ricorda che prima di cambiare le strutture, bisogna custodire l’umanità delle persone. Toniolo lo sapeva, anche se lo esprimeva in un linguaggio più accademico.
María Zambrano, la filosofa spagnola dell’esilio, con la sua «ragione poetica», è lontana da Toniolo per formazione e temperamento. Ma la sua critica al razionalismo tecnocratico, l’idea che la ragione occidentale abbia ridotto l’essere umano a numero, adato statistico, è esattamente la critica che Toniolo muoveva all’economia classica. Zambrano lo fa con la poesia, Toniolo con i trattati. Ma il bersaglio è lo stesso.
Roger Schütz, il fondatore della comunità di Taizé, rappresenta un’altra declinazione della fede incarnata. La sua scelta di creare una comunità ecumenica di riconciliazione nella Francia occupata, e poi di aprirla ai giovani di tutto il mondo, è un esempio concreto di quella «civiltà dell’incontro» che Toniolo auspicava tra cattolici e società moderna. Schütz lo ha fatto con il silenzio e la preghiera; Toniolo con le cattedre e i congressi, e con la sua stessa vita in pienezza, per una “società di santi”.
Pedro Arrupe, il generale dei gesuiti che ha guidato la Compagnia di Gesù nel post-Concilio, è una figura chiave per il tema della giustizia sociale nella Chiesa. Il suo discorso del 1973 sugli «uomini e donne per gli altri» è, in sostanza, la traduzione in linguaggio conciliare dell’intuizione tonioliana: la fede cristiana deve tradursi in impegno per la giustizia. Arrupe è più esplicito di Toniolo sul tema delle strutture di peccato, ma la direzione è la stessa.
Raoul Follereau, il «vagabondo della carità», giornalista francese che ha dedicato la vita alla lotta contro la lebbra, è una figura meno nota ma molto significativa. Il suo appello, «Amatevi o distruggetevi, non c’è altra alternativa», è di una semplicità disarmante. Toniolo avrebbe apprezzato la concretezza di Follereau: non teorie, ma azioni. Non convegni, ma ospedali.
Gli accostamenti più distanti (dove il dialogo è stimolante ma non scontato)
Nelson Mandela non è un teologo né un economista. È un politico, un prigioniero, un presidente. La sua fede metodista è stata importante nella sua formazione, ma non è il centro della sua eredità pubblica. Accostarlo a Toniolo è un’operazione legittima solo se si guarda al tema della riconciliazione come presupposto della giustizia economica. Mandela, dopo l’apartheid, ha capito che senza riconciliazione non ci può essere sviluppo. Toniolo, nel suo piccolo, diceva la stessa cosa quando insisteva sulla necessità di superare la lotta di classe attraverso la cooperazione. La scala è diversa, il contesto è diverso, ma l’intuizione è simile.
Dom Hélder Câmara, l’arcivescovo di Recife, è una delle voci più potenti del cristianesimo latinoamericano del Novecento. La sua frase, «Quando do da mangiare ai poveri mi chiamano santo, quando chiedo perché i poveri non hanno da mangiare mi chiamano comunista», è diventata un classico. Toniolo, che ha vissuto in un’Italia ancora pre-industriale, non ha mai affrontato le disuguaglianze del Sud del mondo con la radicalità di Câmara. Ma la sua critica allo sfruttamento economico e la sua insistenza sulla giustizia sociale come dovere cristiano sono il terreno su cui i due si incontrano.
Oscar Cullmann, teologo protestante alsaziano, è forse l’accostamento più difficile di tutta la lista. Cullmann è noto per i suoi studi sul Nuovo Testamento e per la sua teologia della storia della salvezza. Il suo legame con Toniolo è molto tenue, quasi inesistente sul piano dottrinale. L’unico ponte possibile è l’ecumenismo: Cullmann è stato un osservatore protestante al Concilio Vaticano II, e Toniolo, pur vivendo in un’epoca pre-ecumenica, aveva una visione della Chiesa abbastanza aperta da poter dialogare con i «separati».
Franz König e Léon-Joseph Suenens, i due cardinali che hanno giocato un ruolo decisivo al Vaticano II, sono figure istituzionali più che pensatori originali. Il loro contributo è stato quello di aprire la Chiesa al dialogo con il mondo moderno, con le altre confessioni cristiane e con le altre religioni. Toniolo, che cinquant’anni prima aveva cercato di far uscire i cattolici italiani dal «non expedit» (il divieto papale di partecipare alla vita politica), è un precursore di questo atteggiamento. Il collegamento c’è, ma è più di temperamento che di dottrina.
E allora, il cristiano oggi?
Dopo tutto questo giro, torniamo alla domanda di partenza. Cosa ci dice Toniolo, letto insieme a questa costellazione di testimoni, sul ruolo del cristiano nel 2026?
Ci sembra che emergano tre indicazioni, nessuna delle quali è nuova, ma tutte e tre sono urgenti.
La prima: smettere di separare ciò che è unito. Toniolo non separava economia e morale. Bonhoeffer non separava fede e resistenza. Merton non separava contemplazione e impegno. Weil non separava filosofia e fabbrica. Il cristiano che oggi divide la sua vita in compartimenti stagni, la domenica in chiesa, la settimana in ufficio con le logiche del profitto a tutti i costi, non sta vivendo la fede, sta vivendo un’abitudine.
La seconda: tornare ai corpi intermedi. Toniolo insisteva sulle cooperative, sui sindacati, sulle associazioni. Oggi quei corpi si sono indeboliti, sostituiti dalle piattaforme digitali e dalle bolle dei social media. Il cristiano oggi è chiamato a ricostruire tessuto sociale reale: un gruppo di volontariato, una cooperativa di quartiere, un sindacato, un’associazione di genitori. Non è glamour, non fa notizia, ma è l’unica cosa che funziona.
La terza: avere il coraggio dell’impopolarità. Toniolo era impopolare tra i liberali (che lo consideravano un clericale retrogrado) e tra i cattolici intransigenti (che lo consideravano troppo aperto al mondo). Bonhoeffer era impopolare tra i cristiani tedeschi che avevano giurato fedeltà a Hitler. Mandela era impopolare tra i bianchi sudafricani e, per un periodo, anche tra i neri che lo accusavano di essere troppo moderato. Il cristiano che cerca il consenso a tutti i costi non è un profeta, è un pubblicitario.
Una conclusione aperta
Non abbiamo risposte definitive. Toniolo non è una bacchetta magica che risolve i problemi del XXI secolo, e accostarlo a figure così diverse tra loro comporta il rischio di appiattire le differenze. Bonhoeffer non è Toniolo, Hillesum non è Mounier, Freire non è Rahner. Ognuno di loro ha il suo contesto, le sue contraddizioni, i suoi limiti.
Ma c’è un filo rosso che li attraversa tutti, e quel filo è la convinzione che la fede cristiana non sia un rifugio dal mondo ma un modo di attraversarlo con gli occhi aperti e le mani sporche. Toniolo lo ha fatto con i suoi trattati di economia e con il suo sguardo concreto sulla vita del suo tempo. Hillesum con il suo diario. Mandela con la sua prigionia. L’AbbéPierre con i suoi stracci.
Forse il ruolo del cristiano oggi è proprio questo: non avere un ruolo definito, ma essere presente. Presente nei luoghi dove si soffre, presente nei luoghi dove si decide, presente nei luoghi dove si pensa, presente nei luoghi dove si opera e si spera, insieme. Senza la pretesa di avere tutte le risposte, ma con la testardaggine di continuare a fare le domande giuste.
Toniolo, ne siamo convinti, avrebbe apprezzato.
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